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MERCATO AUTOMOBILISTICO
Fiat: La strada da Torino a Detroit 01-05-2009
Se è vero che la Fiat è un secolo di storia italiana, oggi il Lingotto scrive una bella pagina di quella storia. Fallito nel 2005 il primo "sogno americano" di Gianni Agnelli con la General Motors, quattro anni dopo tocca a Sergio Marchionne coronare il secondo con la Chrysler. L'accordo con la casa di Detroit ha un grande valore industriale per il gruppo torinese e un forte impatto simbolico per il Paese. L'amministratore delegato della Fiat parla di "momento storico".
Il presidente americano Obama parla di "un futuro luminoso". Al di là dell'enfasi retorica, hanno ragione entrambi. Ma con qualche "caveat" che, proprio in queste ore di comprensibile soddisfazione, è utile sottolineare.
Dal punto di vista aziendale, questo successo insegna l'importanza del lavoro duro, dal primo dei manager all'ultimo degli operai, che sempre sta dietro e determina i destini di un'impresa. Insegna la centralità della manifattura, la passione e la fatica di chi, dietro una scrivania o alla catena di montaggio, partecipa alla vera "creazione di valore". Che non è il profitto (quello arriva a valle del ciclo, se tutto funziona come deve) ma è il prodotto (che sta a monte di tutto, se ognuno lavora come sa). Qui, al di là di tutte le dietrologie, sta il segreto del "modello Marchionne". Dopo l'ubriacatura finanziaria degli anni '90, a lui si deve il merito di aver riportato la Fiat a fare al meglio quello che l'ha resa, appunto, un pezzo di storia italiana: l'automobile. Nient'altro che l'automobile. Così la Fiat torna ad essere "il ritratto di famiglia di noi italiani". Gliene va dato atto.