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Finanza islamica: il boom vale mille miliardi
16-11-2009
Mille miliardi di dollari, l’equivalente dei fondi messi sul piatto dagli Stati Uniti per salvare la loro finanza dalla grande crisi. Per ora: perché il tasso di crescita corre tra il 10 e il 15 per cento l’anno e nel 2015 i miliardi saranno quattromila. Poche cifre per spiegare perché la finanza islamica cominci a interessare - parecchio - a quella occidentale. Se si parla di moschee c’è chi storce il naso, quando ci sono in ballo fiumi di denaro le obiezioni svaniscono.
In Gran Bretagna sono già attive cinque banche islamiche, negli Usa sono 19, in Germania ci sono istituti che emettono obbligazioni sukuk (cioé conformi alla Sharia, la legge dell’Islam), la Banca centrale francese sta studiando come integrare i due sistemi, questa settimana anche il governatore di Bankitalia Mario Draghi ha organizzato un seminario sul tema, ricordando che la finanza islamica è benvenuta ma che bisogna mettere a punto un sistema di cooperazione più efficiente.
D’altra parte i governi e i fondi sovrani dei paesi musulmani ricchi di materie prime, a cominciare dal petrolio, stanno facendo pressioni sulla comunità internazionale per costruire un mercato che rispetti i loro doveri religiosi. E nessuno ha intenzione di restare tagliato fuori da quei flussi, enormi, di denaro.
Creare un sistema integrato, però, è meno facile di quanto sembra. In primo luogo perché il Corano proibisce l’applicazione di un tasso di interesse sui prestiti, cioé smonta il meccanismo intorno al quale ruota tutta la finanza occidentale. Il passaggio di denaro da una mano all’altra non può di per sè generarne altro, altrimenti i ricchi diventano più ricchi a scapito dei poveri, che diventano più poveri.
Esattamente quel che sta succedendo in tempi di grande crisi: lo sapeva chi ha scritto il Corano e lo sapevano gli autori della Bibbia. E infatti il divieto ricorre più volte in entrambi i testi sacri. Solo che i cristiani lo hanno perso per strada dividendo il diritto canonico da quello commerciale, mentre la tradizione ebraica s’è attenuta alla lettera al passo dell’Esodo: la regola vale solo se presti denaro «a qualcuno del tuo popolo». Non per i gentili. Questo non significa che le banche islamiche prestino il denaro gratuitamente: non starebbero in piedi. Significa che chi presta una somma a qualcuno deve essere ricompensato partecipando agli utili. E se non ce ne sono, allora parteciperà alle perdite.
Il mutuo per la casa, per esempio, funziona con un meccanismo diverso. La banca compra l’appartamento, poi lo concede in uso a chi ha chiesto il mutuo e si fa pagare una cifra che si intende a compenso del servizio, non della cifra prestata. Solo alla fine del mutuo la casa diventa di proprietà dell’inquilino.
Se invece un imprenditore chiede un prestito per avviare un’attività, si stabiliscono la data della restituzione del capitale e la quota di profitti (o di perdite) realizzata con la stessa attività che spetterà alla banca, che a questi patti è molto più attenta a vigilare sulla qualità del credito che concede e sulle possibilità di riuscita di un investimento. Non c’è molto spazio per il credito subprime. Non ci sono solo gli aspetti positivi, naturalmente. Anzitutto integrare i due sistemi è complicato perché ogni Stato dovrebbe aggiustare la sua legislazione sulla vigilanza. In secondo luogo il divieto di pagare o incassare interessi taglia le banche islamiche fuori dal circuito dei prestiti interbancari, impedendo loro di crescere oltre una certa misura.
Ma una torta da mille miliardi è troppo grossa perché i big della finanza occidentale decidano semplicemente che è troppo difficile entrare nel gioco. Anche perché, sia per le dimensioni piccole sia per l’esposizione molto bassa sui mercati occidentali ha attutito i contraccolpi della grande crisi nel mondo della finanza islamica, che è già ripartita in quarta. Secondo uno studio di Moody’s, nei primi 10 mesi del 2009 le emissioni di sukuk sono balzate del 40% dopo il crollo del 55% dello scorso anno, con una stima di crescita del 50% a fine dicembre. A spingere sono soprattutto gli Stati e i soggetti governativi impegnati a finanziare progetti strategici nel campo delle infrastrutture, l’educazione e il turismo in Arabia, Qatar e Abu Dhabi. Paesi che quando realizzano le infrastrutture si rivolgono spesso a imprese europee e americane. Fonte: [La Stampa]
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