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Benvenuti i fondi sovrani ma serve una governance
27-11-2009
Tremonti va in Cina e il potentissimo fondo sovrano cinese, China Investement Corporation, invia da noi i suoi emissari per valutare se esistono opportunità interessanti. I fondi sovrani sono veicoli di investimento pubblici controllati dai governi dei singoli paesi che li emettono. Vengono utilizzati per investire in strumenti finanziari il cui portafoglio è essenzialmente bilanciato con meno della metà in azioni. Obiettivo dei loro investimenti sono le grandi infrastrutture e le utilities, non mi risulta che in nessun investimento abbiano mai assunto quote di maggioranza. Cina a parte, i paesi che hanno emesso più fondi sono quelli dell’area petrolio e dove esistono grandi introiti fiscali e bassi costi sociali. Ad oggi il controvalore in asset posseduti supera abbondantemente i 10 miliardi di euro, per alcuni si avvicina ai 15 miliardi, in soldoni da 6 ad 8 volte il nostro Pil annuale. Il fondo nazionale cinese dispone di una dotazione di oltre 200 miliardi di dollari ed ha acquisito significative partecipazioni, durante la crisi della finanza, in importanti gestori di private equity e banche d’affari Usa.
Resta da definire la trasparenza dei fondi sovrani e sorge il dubbio che essi siano sì, dei grandi investitori istituzionali ma che abbiano anche obiettivi politici per il controllo di comparti strategici dove decidono di entrare. Negli Usa e parte dell’Europa, dove la finanza è più forte, i fondi sovrani dei paesi arabi sono entrati nel capitale di alcune delle maggiori istituzioni finanziarie acquisendo quote di minoranza ma non di rado con sottostante impegno ad aumentare a loro discrezione la partecipazione. Una situazione che ha determinato non pochi allarmismi nei governi occidentali, accresciuti dal peso che potrebbe assumere il fondo cinese. Regole per limitare gli investimenti nei paesi Ocse non ne sono ancora state fissate.
Ciò detto, viene da porsi almeno due domande: la prima, quale sia il motivo per cui da noi i fondi sovrani non sono ancora arrivati? La seconda, alla luce dei vari incombenti rischi prima citati, perché Tremonti ha stimolato ed invitato le autorità cinesi ad inviare emissari rappresentativi in Italia? Alla prima domanda è facile rispondervi, sono troppo piccole le nostre entità finanziarie per entrare nel mirino dei fondi sovrani, solo IntesaSanpaolo, Unicredit e Generali avrebbero le condizioni per interessare ma la loro governance è in solide mani nostrane, inoltre la sofferenza patita, in confronto ai pari livello europei e nord americani, durante lo tsunami della finanza e stato molto inferiore e comunque tale da non obbligare a raccogliere le scomode presenze dei fondi, in verità Unicredit, la più esposta delle tre a livello internazionale, ha aperto ad un fondo libico, ma l’investimento sarebbe circoscritto e non dovrebbe consentire espansioni. Anche per le attività industriali di grande respiro come Eni, Enel e Finmeccanica. Sono ad oggi indenni dalla loro presenza, anche se corteggiate. Alla seconda domanda è meno semplice rispondervi se non con il tema delle grandi infrastrutture e della modernizzazione del paese. Il bisogno di risorse da destinare, al doppio tema, è di quelli che fanno paura solo a declinarlo, 100 miliardi di euro per dare una buona virata, almeno il doppio se vi inseriamo anche opere di medio livello e le bonifiche delle aree industriali dismesse che, già prima della crisi erano una polpetta avvelenata di grandi dimensioni, figurarsi alla sua fine.
I fondi sovrani cinesi ed arabi hanno quel che serve per intervenire a sostegno dei bisogni finanziari e magari con la nostra Cassa Depositi e Prestiti potrebbero costituire una newco adeguata, alle necessità. Il problema sarà regolare lo spazio e soprattutto gli eventuali desideri espansionistici nel controllo del nuovo soggetto finanziario e nel potere decisorio.
Così com’è successo per i paesi anglosassoni di vedersi piovere in casa i fondi per poter far fronte alle impellenze della crisi, così può essere per noi nell’irrinunciabile esigenza di modernizzare il Paese. Fatte le verifiche saranno i fondi stessi, a cominciare da quello cinese, a proporre le loro condizioni. Al governo competeranno le decisioni di accettare o meno, le eventuali avance, senza dimenticarsi che è talmente casinata la nostra burocrazia che potremmo anche spaventare i cinesi. Di sicuro le risorse per fare da soli non le abbiamo e proprio in ragione della crisi e delle urgenze sociali che ha scatenato non le avremmo, almeno nel medio periodo. Bene allora ottenere la disponibilità e trattare definendo limiti inviolabili per evitare di regalare ai fondi il controllo del nostro futuro. Fonte: [Libero-News.it]
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