Con un’economia in convalescenza non ci potrà essere un Natale brillante». Tagliava corto così, alcuni giorni fa, il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, a chi gli chiedeva un commento sulla dinamica dei consumi nelle prossime settimane, quelle tradizionalmente d’oro per il commercio e il turismo. Sì, certo, colpa della crisi, ma anche del fatto che quasi tre milioni di italiani quest’anno non prenderanno la tredicesima o non la prenderanno per intero: quasi il 10% della forza lavoro.
E’ una realtà pesante, confermata dal Rapporto Censis appena presentato e vidimata dai dati Istat. Intanto, a non prendere neppure un quattrino di tredicesima saranno quasi un milione e 700 mila disoccupati, il 7,4% della forza lavoro (1,2% in più rispetto al 2008). Solo nell’ultimo anno si sono persi, per effetto diretto della recessione, 763 mila posti di lavoro. «Per un numero rilevante di lavoratori - commenta Susanna Camusso, segretaria confederale della Cgil - lo stato di inattività giunge dopo una mobilità anche lunga e molti, quindi, si trovano senza lavoro e senza sussidio di disoccupazione. Il prossimo Natale, quindi, li vedrà in una condizione economica quantomai prostrata, specie se hanno più di 50 anni e quindi una oggettiva difficoltà di reimmettersi sul mercato».
Sempre tra i disoccupati, ci sono i 125 mila lavoratori che «hanno smesso di cercare lavoro» e, dopo un periodo di sfiduciata attesa, si sono arresi. Infine ci sono i precari di nuova generazione, giovani e belli, formati e volenterosi, internazionali e tecnologizzati, ma precari da morire: solo da questo insieme, forte di oltre tre milioni e mezzo di lavoratori (tanti sono gli «atipici») ne sono stati espulsi nell’ultimo anno il 4,3%, pari a circa 160 mila lavoratori.
A questo mesto coro si aggiunge, quindi, il frastagliato mondo del «bambole, non c’è una lira», quello cioè di quelle aziende che per ragioni a volte semplicemente congiunturali, altre volte ai limiti del codice penale, si sono trovate senza soldi e senza commesse, per cui non pagano più gli stipendi. Un esempio per tutti: la ex Eutelia (ora Agile) del gruppo Omega. I suoi 13 mila lavoratori non prendono un soldo da luglio scorso. Figurarsi la tredicesima. E questa è solo la punta di un iceberg costituito da migliaia di piccole e medie aziende che si trovano in condizioni analoghe e attendono una inversione di tendenza.
A proposito di ammortizzatori, è la cassa integrazione la grande bolla esplosa nell’ultimo anno. Un dato per capire io fenomeno: le ore di Cig erano 77 milioni nel 2005 e furono considerate una enormità. Quest’anno siamo arrivati a 369 milioni, con un raddoppio solo negli ultimi 12 mesi. E’ difficile dire a quanti lavoratori corrisponda questo monte-ore, in quanto la distribuzione della Cassa è molto varia (una settimana al mese, un mese in un anno, e via frazionando). Tuttavia i sindacati stimano che nell’anno in corso non siamo mai scesi sotto il milione di cassintegrati. Questo non vuol dire, di per sé, un milione di tredicesime in meno, ma certamente un milione di tredicesime fortemente impoverite, in quanto proporzionali alle giornate effettivamente lavorate.
A soffrire di più di questa situazione è, in termini assoluti, il Nord dove, essendo più alto il tasso di occupazione è anche più apprezzabile quello della disoccupazione o della cassa integrazione. Per contro il Sud soffre di meno, ma del tutto paradossalmente: al fondo del barile c’era già, per intenderci, e non è stata certo quest’ultima raggelata a costringerlo a simili rigori. «E’ del tutto evidente che questa è una stagione durissima per milioni di famiglie italiane - conclude Camusso - e non posso essere ottimista per l’immediato futuro: i segnali della tanto decantata “timida ripresa” forse ci sono solo per la finanza, ma per il lavoro no. A tutt’oggi l’unica certezza è che dovremo continuare a tirare la cinghia». Fonte: [La Stampa]