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PREVIDENZA COMPLEMENTARE
Fondi pensione, ecco perche' non decollano
06-06-2007
Perché in Italia i fondi pensione sono ancora al palo, a più di dieci anni anni dalla riforma che ha avviato la previdenza integrativa? E cosa si può fare per rilanciarli? Due buone domande, alle quali ha provato a rispondere Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali. Proprio a questo tema è dedicato un dettagliato studio condotto due economisti del Servizio studi della Banca d’Italia (Giuseppe Grande e Fabio Panetta) insieme a Riccardo Cesari, docente dell’Università di Bologna.

Lo stato dell’arte. I dati di partenza sono abbastanza eloquenti, e gli effetti dell’operazione Tfr, tuttora in corso, probabilmente non spostano il quadro di molto. Nel nostro Paese le attività dei fondi pensione rappresentano il 2,8 per cento del Pil, valore inferiore alla media di Eurolandia e abissalmente distante da quelli di Gran Bretagna (66 per cento) e Stati Uniti (100 per cento). Per di più, la diffusione della previdenza complementare è molto differenziata, e sono più indietro proprio le categorie che dello strumento avrebbero in teoria più bisogno: giovani, donne, lavoratori autonomi, dipendenti di piccole imprese.

Verso la pensione al buio. C’è un ulteriore elemento di selezione: aderiscono ai fondi soprattutto i lavoratori più istruiti, e che hanno dimestichezza con gli investimenti e con la Borsa. L’altra faccia della medaglia è che una buona parte dei futuri pensionati non ha un’idea molto precisa del trattamento che li aspetta. Un esempio per tutti: un giovane lavoratore autonomo pensa di poter contare su una pensione pari al 66 per cento dell’ultimo reddito, quando in base alle regole vigenti non avrà più del 37 per cento. Lo studio suggerisce di ovviare a questa lacuna con l’invio di comunicazioni regolari, tipo “estratto conto previdenziale”.

Ma i fondi convengono? È la domanda che si pongono coloro che per lo meno prendono in considerazione la previdenza integrativa. La risposta degli autori è che i fondi, in media, rendono certamente nel lungo termine più del Tfr (mantenendone alcuni elementi di flessibilità come la possibilità di riscatti e anticipazioni). Anzi, in periodi di alta inflazione tenere la liquidazione in azienda equivale a finanziare quest’ultima senza interessi o quasi. Un ulteriore elemento di convenienza, per chi aderisce, è dato dalla possibilità di sfruttare il contributo del datore di lavoro che altrimenti andrebbe perso.
Fonte: [Il Messaggero.it]



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